Impedire che la memoria diventi silenzio
Progetti, racconti e testimonianze
L'obiettivo dell'associazione culturale Val Casotto APS è quello di conservare la storia di un borgo, raccogliere testimonianze, valorizzare luoghi, tradizioni e persone, ma soprattutto offrire gli strumenti per comprendere il presente e continuare a immaginare un futuro.

Nell’ambito della campagna di promozione del volontariato culturale promossa dal Csv di Cuneo continuiamo il viaggio attraverso realtà del territorio che si occupano della promozione ed educazione al patrimonio presente sul nostro territorio.
Questa settimana abbiamo intervistato il presidente dell’associazione Amici di Val Casotto Aps Alessandro Briatore.
Di cosa si occupa la vostra associazione? Quali sono i punti di forza e quali le difficoltà?
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«L’Associazione Amici di Valcasotto APS si occupa di promozione turistica, valorizzazione del territorio e conservazione della sua storia e della sua memoria, ma vuole essere anche un vero e proprio presidio della comunità. In un paese che conta ormai pochissimi residenti, significa esserci, mantenere vive le relazioni, sostenere le attività presenti e rappresentare un punto di riferimento anche per i villeggianti storici e per chi continua a sentirsi parte di questo luogo.
Il nostro punto di forza è, credo, la capacità di coniugare momenti di svago e convivialità con iniziative di carattere culturale. Siamo convinti che le due cose non siano affatto in contraddizione, anzi. La gastronomia, le feste e gli appuntamenti più popolari hanno la capacità di coinvolgere un pubblico molto ampio e, proprio attraverso questi momenti, molte persone si avvicinano poi alla storia, alle tradizioni e alla cultura di Valcasotto. Inoltre, è spesso grazie alle iniziative più partecipate che riusciamo a sostenere economicamente quelle di carattere culturale.
Quasi tutte le nostre attività nascono da questo equilibrio. Penso, ad esempio, al Pranzo da Re, che unisce rievocazione storica e gastronomia, alle serate dedicate alla storia certosina, sabauda e partigiana realizzate insieme alla Locanda del Mulino, oppure ai convegni organizzati in occasione degli ottant’anni dalla Battaglia di Valcasotto e dagli eventi della Resistenza, che hanno registrato una partecipazione davvero importante.
Negli ultimi anni abbiamo poi investito molto sulla memoria fotografica, prima con una mostra dedicata alle immagini storiche di Ugo Robaldo e poi ampliandola fino a creare un dialogo tra passato e presente. La nostra idea è molto semplice: non conservare la memoria per nostalgia, ma conservarla come base per costruire il futuro. Per questo la mostra è uscita anche dalla cappella che la ospitava, portando le fotografie nelle strade e nelle borgate, proprio nei luoghi in cui quelle immagini erano state scattate. È diventata così anche un percorso di scoperta del paese per chi arriva a Valcasotto, magari per la prima volta.
Le difficoltà, purtroppo, sono quelle che accomunano molti piccoli territori montani: spopolamento, invecchiamento della popolazione e soprattutto mancanza di un ricambio generazionale stabile. I giovani ci sono, partecipano e spesso rispondono quando c’è bisogno, soprattutto nei momenti di maggiore affluenza, ma è sempre più difficile garantire una presenza continuativa.
A questo si aggiunge un problema che riguarda, più in generale, il mondo del volontariato: l’aumento delle responsabilità, degli adempimenti e dei rischi a carico di chi organizza attività e manifestazioni. Paradossalmente, ciò che dovrebbe essere prima di tutto un’occasione di aggregazione, partecipazione e divertimento rischia di trasformarsi in un’attività sempre più complessa e onerosa per chi la porta avanti gratuitamente.
E credo che questa sia una delle grandi sfide per il futuro: riuscire a mantenere vivo il volontariato senza renderlo così difficile da scoraggiare proprio quelle persone che vorrebbero mettersi a disposizione della propria comunità».
Cosa significa oggigiorno fare un volontariato di tipo culturale?
«Fare volontariato culturale oggi, soprattutto in realtà che si spopolano e invecchiano, significa innanzitutto impedire che la memoria diventi silenzio. Significa conservare la storia di un borgo, raccogliere testimonianze, valorizzare luoghi, tradizioni e persone, ma soprattutto offrire gli strumenti per comprendere il presente e continuare a immaginare un futuro.
Viviamo in un contesto in cui la cultura locale deve confrontarsi con una quantità enorme di stimoli e in cui non è sempre semplice mantenere attenzione e curiosità verso la storia dei piccoli territori. Questo, però, non significa che l’interesse sia venuto meno. La partecipazione che abbiamo riscontrato negli anni a convegni, incontri e mostre ci dimostra esattamente il contrario: quando la cultura viene proposta con linguaggi contemporanei, in modo accessibile e coinvolgente, le persone rispondono.
Lo abbiamo visto anche a Valcasotto. Attraverso alcune delle nostre iniziative, molte persone hanno riscoperto un forte senso di appartenenza e, insieme, un vero e proprio orgoglio per la propria storia. Da lì sono nati approfondimenti, nuove testimonianze e soprattutto il desiderio di conoscere meglio il paese e le sue borgate.
Crediamo inoltre che la cultura non debba essere separata dalla vita quotidiana di una comunità. Anche un momento di festa, di svago o di convivialità può diventare un’occasione per raccontare un territorio e generare valore, anche per le attività economiche che quotidianamente lo presidiano e contribuiscono a mantenerlo vivo.
In fondo, penso che questo sia il compito più importante di un’associazione come la nostra: lasciare una traccia. Non soltanto organizzare qualcosa oggi, ma costruire una memoria, suscitare interesse e creare le condizioni perché qualcun altro, domani, possa raccogliere quel patrimonio e continuare il lavoro.
Perché il vero risultato del volontariato culturale non è soltanto ciò che riesce a realizzare nel presente, ma ciò che riesce a consegnare al futuro».
Di cosa ha bisogno il volontariato culturale?
«Ha bisogno, innanzitutto, di sostegno. Sostegno economico, ma anche istituzionale e progettuale.
Per associazioni di piccole dimensioni, le iniziative culturali rappresentano spesso un investimento importante. Nel nostro caso, sono proprio le attività gastronomiche e gli appuntamenti più partecipati a permetterci, in buona parte, di finanziare quelle iniziative che hanno costi maggiori, come mostre, pubblicazioni, attività di ricerca e convegni.
Il sostegno esterno arriva soprattutto dalle fondazioni bancarie, che svolgono un ruolo fondamentale, ma l’accesso ai contributi passa attraverso bandi e procedure articolate, che richiedono competenze, tempo e capacità progettuali non sempre facilmente disponibili all’interno delle piccole associazioni di volontariato.
Credo però che ci sia anche un altro aspetto fondamentale: i primi promotori di un territorio devono essere coloro che lo abitano e lo vivono. Serve forse un cambio di prospettiva, perché troppo spesso chi arriva da fuori riesce a riconoscere e apprezzare il valore di un luogo più di chi lo vive quotidianamente. Dovremmo essere noi per primi a raccontare il nostro territorio, a valorizzarlo e a farne conoscere la storia.
E la cultura, se progettata con attenzione e con un linguaggio capace di parlare a pubblici diversi, può produrre una ricaduta che va ben oltre il singolo evento. Una mostra, un percorso storico, una pubblicazione o un convegno possono generare interesse durante tutto l’anno e contribuire a portare persone sul territorio in stagioni e per motivazioni diverse. Questo significa anche sostenere indirettamente quelle attività economiche che rappresentano un presidio indispensabile nei piccoli borghi.
Per questo credo che serva una responsabilità condivisa: i cittadini devono essere i primi fautori della valorizzazione del proprio territorio, ma enti e istituzioni devono creare le condizioni perché questo impegno possa continuare e crescere. Il volontariato può accendere la scintilla, ma per mantenerla viva servono attenzione, strumenti e sostegno».
Crede che la cultura, attraverso il volontariato, possa crescere?
«Assolutamente sì. La cultura, nel senso più ampio del termine, è patrimonio di tutti e può essere costruita e trasmessa da tutti. Il volontariato, da questo punto di vista, ha una caratteristica preziosa: coinvolge persone che scelgono di essere attive, che hanno curiosità, interesse e spesso un forte senso di appartenenza e di orgoglio per le proprie origini e per il territorio in cui vivono.
Quando un’iniziativa nasce dal basso, proprio per questo, può diventare qualcosa di molto partecipato e sentito. Non ci sono soltanto organizzatori e spettatori, ma persone che, ciascuna a modo proprio, si sentono parte di ciò che viene realizzato e contribuiscono a costruirlo.
Questo non significa, però, che il volontariato possa o debba essere la risposta a ogni necessità. Al contrario, proprio perché rappresenta una risorsa così importante, deve essere sostenuto e incoraggiato dalle istituzioni, soprattutto a livello locale, e dalle attività economiche del territorio, che spesso beneficiano direttamente delle iniziative culturali e della maggiore attrattività che queste riescono a generare.
Allo stesso tempo, credo che anche il volontariato debba avere il coraggio di intraprendere questa strada. Fare cultura è certamente più impegnativo e, spesso, meno gratificante nell’immediato rispetto all’organizzazione di un semplice evento. Ma è un lavoro che lascia qualcosa di molto più concreto: una traccia, una conoscenza, una memoria condivisa, un patrimonio che rimane al territorio e a chi lo frequenta.
E forse è proprio questa la vera forza del volontariato culturale: non limitarsi a fare qualcosa per il proprio paese, ma contribuire a costruire qualcosa che possa rimanere al proprio paese».
Debora Sattamino
