La parola al chirurgo Raffaele Potenza sul progetto "Porgi una mano qualcuno ha bisogno di te"

La parola a | In evidenza | L’intervista |

“Il dono è gratuito, disinteressato, non ci si aspetta nulla in cambio”

L’intervista al medico chirurgo Raffaele Potenza, dirigente presso l’Ospedale Molinette di Torino, nasce in seno al progetto “Porgi una mano qualcuno ha bisogno di te” che il CSV, insieme ad AslCn1, Aso e associazioni del dono porta oramai avanti da diversi anni.
L’obiettivo è di dialogare coi giovani delle classi superiori e avvicinarli al mondo della donazione di sangue, organi e midollo osseo.
Il dottor Potenza è, infatti, anche un docente universitario e divulgatore scientifico sempre in prima linea quando si tratta di parlare con ragazze e ragazzi.
Gli abbiamo chiesto di rispondere ad alcune domande.

Quando si parla di donazione, di dono, che cosa si intende nella realtà dei fatti?

«Il tema del dono, nel settore sanitario, esiste perché tutti quanti siamo consapevoli del fatto che ci siano delle cure che possono essere garantite solo se qualcuno si mette a disposizione degli altri cittadini che ne hanno bisogno.

In tutto ciò, i sistemi sanitari non sono altro che l’anello di congiunzione, il catalizzatore che mette insieme chi dona e chi riceve. Questo vale per il sangue, per le cellule staminali emopoietiche e anche per il dono che si può fare una volta deceduti, quello degli organi.

È fondamentale, quindi, che la popolazione sia sensibile al tema della donazione: non potremmo curare un sacco di persone se non ci fosse un esercito silenzioso che in Italia dona [1.660.227 donatori di sangue e 483.406 donatori di midollo, dati 2022 N.d.R.]. Il dono è gratuito, disinteressato, non ci si aspetta nulla in cambio».

Quali sono e qual è il ruolo delle figure medico sanitarie all’interno del progetto “Porgi una mano qualcuno ha bisogno di te”?

«Sono molteplici e agiscono in ambiti differenti. C’è chi lavora nell’ambito della donazione del sangue e sensibilizza perché vi sia questo continuo prodotto terapeutico che permetta davvero di salvare vite, chi invece si dedica alla donazione di cellule staminali e chi ancora, come la Dott.ssa Anna Guermani [responsabile del Coordinamento Regionale delle Donazioni e dei Prelievi di Organi e Tessuti del Piemonte N.d.R.] e il sottoscritto, si occupa della donazione degli organi.

Tutti noi rappresentiamo un organismo regionale che ha sede presso l’ospedale Molinette di Torino ma è una funzione della regione Piemonte. Il nostro compito, nel concreto, è quello di mantenere attiva una rete di 32 realtà piemontesi e valdostane che si occupano di donazione di organi per garantire che ci sia una risposta favorevole dell’organizzazione sanitaria di fronte a un cittadino che, purtroppo è morto, ma che ha deciso di donare. La stessa cosa vale per il sangue e le cellule staminali».

Tutto questo come si traduce durante gli incontri coi ragazzi e le ragazze delle classi superiori?

«Da sempre il coordinamento regionale è attivo per promuovere negli studenti la cultura del dono. Anche a livello normativo è stata promulgata una legge nel 1999 che spinge tutte le realtà del Paese – la scuola, l’università, gli enti locali, gli ospedali – a diffondere la cultura del dono.

Questo perché poi i cittadini, in questo caso gli studenti, al rinnovo della carta d’identità verranno chiamati a compiere una scelta. E questa scelta può essere: “sono favorevole” o “sono contrario” alla donazione degli organi. E prendere una scelta rispetto a un tema così delicato vuol quindi dire pensare alla propria morte. Per farlo bisogna possedere, però, gli strumenti necessari al caso.

Noi infatti, come coordinamento regionale, facciamo moltissimi interventi di comunicazione alla popolazione su differenti target, anche quello degli studenti. Quest’anno è capitata l’occasione di intervenire anche nell’ambito del progetto organizzato dal CSV. Non lo facciamo da soli, ma anche coi colleghi della nostra rete che lavorano a Cuneo, Mondovì, Savigliano, etc. e che rendono possibile tutto questo».

 

Quando nelle scuole parlate di una scelta che ci obbliga a pensare alla nostra morte per salvare altre vite, come rispondono i ragazzi?

«Benissimo. Qualcuno potrebbe pensare siano disinteressati ma è l’esatto opposto. Quando si è ragazzi si è molto sensibili ai temi sociali, all’essere altruisti… Lo dicevo la scorsa volta proprio con loro: noi adulti siamo diventati duri di cuore perché siamo stati, in qualche maniera, fiaccati nello spirito dalla vita stessa. Loro no fortunatamente, e questo li rende molto attenti e aperti.

Ma come si misura il loro interesse? Semplice: lo si misura dalle domande che fanno. Lo si misura dal fatto che non sono distratti. Questo lo notiamo perché empatizzano, piangono, quando portiamo dei testimoni che raccontano storie vere. Dimostrano di essere in sintonia».

In cosa consistono queste testimonianze?

«Possono essere testimonianze legate tangentemente al mondo della donazione, dove magari le persone raccontano la perdita di una persona amata, cosa che li ha poi guidati, in qualche maniera, verso il dono. Oppure testimonianze che raccontano una storia di trapianto, fatta di gioie e dolori o dolori e gioie, a seconda di come uno la vive. Niente di miracolistico: il nostro intento non è raccontare una favola ma raccontare la verità.

In medicina non sempre tutto riesce, non sempre le cose vanno come vorremmo che andassero… Ma nella maggior parte dei casi di donazioni e trapianti, dati alla mano, le cose funzionano e consentono di migliorare la qualità di vita di un paziente in dialisi. O ancora permettono a un paziente che non ha più il fegato funzionante di poter tornare a immaginare cosa farà fra tre anni, cosa che prima gli era impossibile perché non sapeva se sarebbe arrivato a tre mesi.

Tornando al discorso legato ai ragazzi, posso affermare come tutti loro siano molto attenti quando si parla di ciò e le domande che ci fanno sono sempre puntuali. Se uno usa il metodo maieutico, cioè prova veramente a renderli partecipi dipingendo degli scenari in cui loro stessi sono gli attori, sono coinvolti per esempio in una situazione in cui gli viene richiesto di prendere una decisione, scopriamo nei ragazzi delle conoscenze che in realtà sono già nel loro cuore e nella loro mente. Basta farle uscire».

Quali sono le domande più frequenti che vi pongono gli studenti?

«Quando noi parliamo di miti urbani rispetto a questi temi, per esempio, vengono subito fuori tutti i loro dubbi legati alle religioni, a come gestiamo il processo di donazione degli organi. Capita spesso che ci chiedano: “come faccio a sapere che questi organi non li gestite come vi pare? Ma sono davvero morto quando mi prendete gli organi?”

Queste sono tutte domande che arrivano direttamente dai ragazzi. Noi rispondiamo con grande trasparenza e mostrando loro quello che gli studi scientifici hanno dimostrato nel corso degli anni».

Quindi, come è importante far intervenire il volontario, è allo stesso modo necessario far intervenire il rappresentante della sanità perché i ragazzi vogliono delle risposte concrete e hanno bisogno che sia la persona giusta a dargliele. Corretto?

«Io penso sia corretto sempre. Quando vogliamo parlare ai cittadini di un tema, è bene che questo tema venga affrontato sotto diversi aspetti.

Che cosa ci suggerisce la letteratura? La letteratura ci suggerisce che durante gli incontri è bene siano presenti diverse anime. Questo perché la componente delle emozioni di una simile vita vissuta io non posso raccontarla. Io non ho né ferite legate a una donazione né ferite legate a un trapianto. Posso raccontare ciò che ho studiato, ma non posso raccontare ciò che non ho vissuto.

Ed è per questo fondamentale ci sia con noi una persona che parla di ciò che ha vissuto, e ne parli liberamente. Quando infatti i volontari chiedono a noi: “cosa devo dire?” Noi rispondiamo molto semplicemente: “quello che hai nel cuore, quella che è la tua esperienza, nel bene e nel male.”

Lasciamo che sia il cittadino a raccontarsi, anche con le proprie sbavature. Poi noi, nel caso, le correggiamo. Faccio un esempio: non mi piace che la stampa continui a utilizzare la parola espianto perché è sbagliata sul piano tecnico e indica una cosa che è completamente diversa dal prelievo. Noi correggiamo questo termine che è però “concesso” al trapiantato piuttosto che al donatore. Noi siamo semplicemente lì per dare l’informazione corretta».

Fate anche divulgazione circa l’aspetto più “istituzionale” e legislativo del tema legato al dono?

«Certamente. È importante che i cittadini sappiano quali sono le leggi che regolano la donazione in questo paese. Bisogna essere chiari con gli studenti. Devono essere consapevoli che posti dinanzi alla domanda: “volete donare gli organi?” possono dire sì, possono dire no, come possono anche non dire nulla. È un loro diritto saperlo, perché si troveranno davanti a un ufficiale dell’anagrafe e dovranno rispondere potendo anche dire: “in questo momento ho ancora bisogno di rifletterci e non voglio esprimermi.”

Tornando anche sul bisogno dei ragazzi di avere risposte precise e concrete su questi temi, avrete sicuramente visto che a Cuneo è successa una cosa eccezionale la settimana scorsa che è frutto di un lavoro gigantesco [il primo trapianto di un cuore rivitalizzato N.d.R.]. Da questo evento emergono tante domande e le persone devono avere delle risposte che siano scientificamente corrette, ma non noiose. Poi, sta a chi di noi parla rendere la medicina interessante e comprensibile, come lo dovrebbero essere l’economia e un po’ tutte le realtà umane.

Secondo me, quindi, è essenziale che a questo fine vi siano più anime coinvolte e una regia organizzativa efficace. In questo difficile compito è di fondamentale importanza un’iniziativa come quella del CSV».

Parliamo allora di organizzazione e numeri concreti.

«Se voi andate a guardare quanti studenti del quarto e quinto anno delle superiori ci sono in Piemonte, vedrete un numero che fa paura: tra le 60 e le 70mila persone. Come facciamo ad incontrare 70 mila persone? Come si fa? C’è bisogno di un esercito di comunicatori, c’è bisogno di un’immensa organizzazione. Dobbiamo allora trovare dei modelli organizzativi che raggiungano l’obiettivo, cioè comunicare sia elementi cognitivi sia elementi emotivi agli studenti e farlo in maniera strutturata, pianificata, che sia compatibile coi programmi scolastici ma anche con le risorse umane sia di medici che di volontari testimoni.

Per esempio, quando noi chiediamo al papà di un ragazzo di portare la sua testimonianza e raccontare della morte del suo unico figlio in un incidente stradale, è ovvio che per questo padre tutto ciò sia un dolore enorme. Ogni volta che ne parla ci mette una settimana a recuperare. Questa, però, è una cosa che lui stesso vuole e ci chiede di fare. È lui a dire: “mi fa star bene questa cosa, anche se soffro”. Ma non posso chiedergli di sottoporsi a una simile esperienza una volta a settimana, posso chiedergli di farlo una volta al mese per due o tre mesi.

Dobbiamo quindi cercare un modello organizzativo stabile ma flessibile allo stesso tempo. In questo le iniziative coordinate dal CSV sono veramente importanti perché se si riesce a entrare in sinergia con le diverse anime, penso all’Aido, penso all’Associazione Italiana Trapiantati di Fegato – che sono le associazioni con cui noi collaboriamo -, il tutto gestito tramite una struttura organizzativa come quella che può costruire il CSV, sicuramente riusciremo a fare cose strepitose”.

 

Giorgio Lacroce

Articoli correlati

Template articolo LA PAROLA A

“Spazio per citazione”

Immagine senza didascalia

Csv Rivista immagine default rosso 800x600

Immagine con didascalia

Csv Rivista immagine default rosso 800x600
Csv Rivista immagine default rosso 800x600
Csv Rivista immagine default rosso 800x600

Articoli correlati