Intervista al professor Ugo Morelli

La Parola a | L’intervista

“Solo il dialogo, inteso come incontro tra differenze, può favorire la cooperazione e la democrazia”

L’intervista è nata dalla serie di webinar organizzati da CsvNet con importanti esperti del mondo del terzo settore a cui sono stati affidati dei macro-temi strategici al fine di aiutare i Csv italiani ad allargare le proprie prospettive.
L’iniziativa il cui titolo era “Fare bene insieme. Consolidare ed evolvere” aveva lo scopo di sviluppare un percorso specifico riguardante le tematiche: volontariato, territorio e prossimità, l’organizzazione e le diversità e differenze.
Proprio per quest’ultimo argomento è stato chiamato a relazionare il professor Ugo Morelli professore di Scienze cognitive applicate alla vivibilità, al paesaggio e all’ambiente, di Psicologia del lavoro e dell’organizzazione e Psicologia della creatività e dell’innovazione.
Visto il tema particolarmente interessante per gli spunti ricevuti abbiamo posto al professor Morelli alcune domande.

Nel suo intervento ha parlato di differenze e diversità. Crede che queste possano essere un punto di forza? E quali sono eventualmente gli strumenti di incontro e di dialogo tra le differenze e diversità per costruire una comunità solidale?

Più che una scelta le differenze e le diversità sono una realtà. Non una realtà qualsiasi, ma proprietà costitutive di ogni sistema vivente. Se non ci fosse la varietà e non ci fossero le differenze non ci sarebbe la vita. Semmai, allora, dobbiamo domandarci come mai non tolleriamo le differenze, come mai tendiamo a negarle e a negarne il valore, dal momento che la vita è differenza che genera differenze. Siamo orientati a consegnarci alle regolarità e al conformismo e solo l’educazione e la buona gestione del conflitto fra le differenze, laddove per conflitto non si intende l’antagonismo ma l’incontro e il confronto tra le differenze stesse, possono far prevalere l’orientamento a riconoscere tutti i vantaggi derivabili dal dialogo tra interessi, valori, culture, conoscenze, diversi.

 

Lei ha raccontato come la creatività nasca sempre da situazioni incerte. Ci può spiegare meglio questo concetto?

Le situazioni in cui predomina il conformismo, la consuetudine, la routine e il pensiero unico e totalitario risultano ad ogni evidenza meno capaci di generare processi di discontinuità ed esiti creativi. Se per creatività si può intendere una disposizione specie specifica di homo sapiens a comporre e ricomporre in modi almeno in parte originali i repertori disponibili nei mondi della vita, quella disposizione richiede contesti favorevoli e processi educativi coerenti. L’incertezza è una proprietà costitutiva del vivente che non risponde se non in parte a leggi deterministiche. L’elaborazione efficace dell’incertezza può aprire a possibilità generative e creative, all’emergere di quel che prima non c’era.

 

“Ma perché ci mettiamo insieme agli altri?”. Questa la domanda che lei ha posto durante il seminario. Ci ripeterebbe la sua risposta in merito?

Siamo esseri intersoggettivi e la relazione viene prima, è antecedente a ogni individuazione. La nascita dell’intersoggettività ha inizio prima della nascita, nel periodo fetale e nella relazione feto-madre. Anche la relazione con il mondo inizia nella fase prenatale, grazie alla mediazione della madre. Lo sviluppo dei sensi, quindi, è contingente allo sviluppo delle relazioni. Più che metterci insieme agli altri, siamo già sociali e potremmo dire che siamo gli altri. La nostra eusocialità è stata ed è la fonte principale delle nostre possibilità. Semmai dovremmo domandarci, anche con la ricerca, come facciamo a sospendere o a negare, come accade, la nostra intersoggettività, fino all’indifferenza, che è una sospensione della nostre risonanza incarnata con gli altri. L’empatia per noi non è una scelta. Siamo empatici per natura in quanto siamo in grado di sentire e di comprendere quello che l’altro sente e fa prima della verbalizzazione, in buona misura, grazie alle nostre dotazioni cerebrali e ai sistemi “mirror”. E’ l’uso che facciamo dell’empatia che è in discussione. Possiamo usare la capacità di sentire l’altro per aiutarlo e prendercene cura o per offenderlo e perfino torturarlo dal momento che siamo in grado di sentire quello che sente. E’ a questo livello che si innesta il principio di responsabilità riguardo all’uso che facciamo della nostra intersoggettività e delle nostre capacità empatiche.

 

Quali sono secondo lei le prime cose da mettere in atto per la gestione pratica di un conflitto?

Di fronte a un conflitto, inteso come incontro di differenze, di culture, di interessi, di conoscenze, abbiamo sempre, tra le tante, due scelte possibili: disporci a conoscere o disporci a negare. Le prime cose da fare riguardano la ricerca per far prevalere la conoscenza. Ciò può avvenire se riconosciamo almeno una buona ragione nella posizione dell’altro. Questo è possibile ricercando e trovando in me la parte diversa dalla mia che l’altro esprime. Se non voglio scadere nell’antagonismo e nella guerra con l’altro, fosse anche un talebano, devo cercare e trovare il talebano che c’è in me e partire dal riconoscimento che l’altro potrei essere io a certe condizioni. “Nulla di ciò che è umano mi è estraneo”, ha scritto il poeta latino Terenzio.

 

I CSV cosa possono fare per agevolare la gestione dei conflitti e “far dialogare” fra loro le varie diversità?

Assumere una posizione “terza” e mediare tra le posizioni quando sono diverse, al fine di riconoscere le validità relative di ogni posizione, perseguendo soluzioni sub-ottimali rispetto a quelle proposte o pretese da ogni posizione. Mediazione e facilitazione sono funzioni cruciali per una rete di entità diverse.

 

Nell’intervento prima del suo, il dottor Di Bonaventura del Csv Abruzzo ha parlato di “dialoghi che diano vita a luoghi dove le persone si incontrano e si conoscono”. E’ d’accordo su questo concetto?

Solo il dialogo, inteso come incontro tra differenze, può favorire la cooperazione e la democrazia. Non per niente si chiama “parlamento” il luogo principale di ogni democrazia.

 

 

Debora Sattamino

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